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Le Castagne nel Medioevo

Facciamo un salto indietro di circa mille anni.

Dobbiamo immaginarci il paesaggio in questo modo: nel Medioevo i villaggi, composti da capanne con magazzini, stalle, pollai erano circondati dall’area coltivata, in genere recintata con palizzate, di pertinenza degli abitanti del borgo stesso con campi di cereali, vigne e prati. All’esterno di questa cerchia era presente una fascia di territorio comune composto da pascoli e boschi in cui venivano raccolte foglie, legname, frasche e in cui si pascolavano i maiali; all’esterno di queste tre zone si estendeva la foresta, usata come territorio di caccia e raramente oltrepassata. Le superfici coltivate e quelle occupate da boschi incolti erano quindi compresenti, a formare una reciproca utile compenetrazione, tuttavia l’incolto era una componente dominante in alcune zone, specie in quelle alpine, che iniziarono ad essere sfruttate proprio in questo periodo.

Non è raro trovare negli atti di donazione boschi, paludi, vigne, campi, pascoli, oliveti, castagneti: compaiono spesso come affittati, scambiati, lasciati in dote o eredità, tassati, o ancora donati a monasteri con lo scopo di trarne guadagno e sostentamento. Vi sono veri e propri registri che riportano le quantità, la qualità, le multe previste a chi danneggiava le foreste e i suoi frutti, la tassazione sui beni del bosco, ad esempio le castagne, alimento fondamentale per la popolazione.

Abbiamo attestazioni nelle fonti medievali di sfruttamento dei castagneti praticamente il ogni angolo del territorio italiano, nelle zone alpine, prealpine e appenniniche. Dal XII secolo questa coltura diventa importantissima per la sopravvivenza delle persone: Dobbiamo infatti pensare che in questo periodo si registrò un importante crescita demografica e le colture cerealicole non erano più sufficienti. ogni cosa commestibile andava bene, diciamo. 

Nelle zone montane era ancora più importante: dobbiamo pensare alla difficoltà del trasporto delle merci dalle valli, ad esempio; il castagno era quindi chiamato “albero del pane”!

Nacque in questo periodo la figura del “castagnores”: contadini specializzati nella raccolta e lavorazione di questi prodotti del bosco. La raccolta iniziava alla fine di settembre e terminava con la festa di Ognissanti; Subito dopo, i castagneti si aprivano ai residenti che volessero raccogliere le castagne rimaste sul terreno, tra le foglie, scartate dal proprietario o semplicemente non viste. Questa pratica – in più luoghi denominata “ruspo” – era di notevole rilevanza perché ne derivava, soprattutto per i più poveri, un contributo non trascurabile alla sussistenza. Successivamente e a questi due fasi, il castagneto diventa pascolo per maiali, pecore e animali.

Come si potevano conservare questi frutti? 

Sicuramente essiccandoli. Si disponevano i frutti su un graticcio nel camino, conservandoli fino all’ultimo nei ricci, ad esempio, o tramite essiccatoi veri e propri, chiamati metati, costruiti in prossimità dei boschi con frasche e pertiche.

Le castagne venivano consumate in vario modo: potevano essere lessate o arrostite, con le bucce o senza; da sole o con i legumi erano preparate in minestra; anche una volta essiccate le si poteva cuocere nel brodo o nel latte. La gran parte dei frutti seccati era, comunque, destinata a essere ridotta in farina che si inizia a mangiare quando le scorte di cereali erano terminate. Con la farina di castagne si confezionava un pane assai nutriente, ma potevano prepararsi anche polente, castagnacci, torte di vario tipo. 

Nelle zone urbane questi frutti erano consumati raramente, in maniera stagionale, e soprattutto solo dalla plebe: i nobili, attirati dal gusto di questo frutto ma frenati dalle convenzioni sociali, inventarono la varietà dei “marroni” così da poterli mangiare senza scadere troppo in basso. 

Non possono dimenticarsi, infine, altri contributi che dalle selve di castagno venivano all’economia delle colline e delle montagne ita liane: la foglia, fresca o essiccata per l’utilizzo in inverno, poteva es- sere usata come foraggio – insieme alla paglia e al fieno o alternata a essi ma anche come lettiera per gli animali, indi come concime; i fiori della pianta offrivano alle api un nettare abbondante, consentendo nella prima estate la produzione di un miele aromatico di ottima qualità; da ultimo, costituendo il castagneto un habitat ec- cellente per la crescita dei funghi di maggior pregio alimentare, poteva dar luogo nella stagione calda a un’abbondante raccolta.

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