Il Solstizio d’Inverno

Le festività natalizie di Dicembre sono stratificazioni di credenze e rituali vari e lontani nel tempo. Il passaggio del sole nel Solstizio segna il giorno più corto dell’anno: dal giorno dopo però le giornate iniziano ad allungarsi. Le tenebre quindi cedono pian piano alla luce.

Nella cultura germanica, Yule era la festa del solstizio d’inverno, ripresa dal neopaganesimo come uno dei sabba minori.

Il suo nome sembra derivi dal norreno Hjòl, “ruota”, a simboleggiare la Ruota dell’Anno nel suo punto più basso, pronta a risalire.

Tutto sembra assopito, freddo, buio e privo di vita, ma in realtà la Natura sta solo dormendo, conservando nel suo tepore raccolto i semi e gli animali in letargo.

Sono tantissime le tradizioni e i riti legati a questa data.

Tasso e abete

Nel mondo celtico, ipotizza lo studioso Graves, il calendario era composto da tredici mesi di ventotto giorni ciascuno, per un totale di 364 giorni: la giornata che veniva esclusa da questo sistema era il 23 dicembre, vigilia del Solstizio d’inverno, in cui l’anno moriva, per rinascere il giorno dopo, in un giorno dedicato alla rinascita della luce del sole. 

Il Natale celebrato il 25 di dicembre è stato istituito nel 376 d.C. “al posto di una antica festa connessa al culto del sole” (cfr. Le Goff, 1988, p.14): la nascita del Bambino Divino viene assegnata proprio a questo giorno speciale, di rinascita e di Luce che spazza le tenebre.

Al 23 dicembre viene simbolicamente assegnato il Tasso, l’albero della morte, mentre al 24 l’Abete rosso, l’albero del parto e della nascita, uno a chiudere l’anno, l’altro ad aprirlo.

Sappiamo da Plinio che i Celti raccoglievano il vischio proprio in questi giorni: era una pianta magica e sacra, che cresceva avvinghiata al re di tutti gli alberi, la Quercia.

Decorare la casa con ghirlande di abete è una tradizione pagana: si andava nei boschi intorno al solstizio d’inverno a tagliare dei rami, per poi decorarli con fiocchi, candele e uova dipinte. 

L’abete decorato proprio come lo facciamo noi oggi viene accolto ufficialmente nel 1800, quando la nobiltà del tempo ne allestisce di maestosi nei palazzi e nelle piazze. (Ho già scritto la storia dell’abete, la trovi QUI.)

Venivano usati anche vischio e agrifoglio per decorare la casa, proprio come facciamo noi oggi.

Si usava accendere il ceppo natalizio, anche questo un simbolo pagano radicato nella storia più lontana. 

Il ceppo di Yule

caminetto con fiamme e legna

Solitamente di legno di quercia o frassino, compare nelle fonti a partire dal XII sec., in zone quali la Scandinavia, la Gran Bretagna, le Alpi, il Mediterraneo ma le sue origini sono sicuramente più antiche.

Doveva essere di un bel legno durevole e per questo la scelta, il trasporto e l’accensione erano veri e propri riti.

In genere, il capofamiglia, la Vigilia di Natale, accendeva un grande tronco nel camino, che veniva lasciato ardere fino all’Epifania. Nel mondo contadino piemontese, il ceppo natalizio era considerato benaugurante: i carboni prodotti portavano fortuna e proteggevano la casa. Si usava esporli durante i temporali estivi a protezione dei fulmini e della grandine, si tenevano in casa per favorire salute e abbondanza della famiglia; si conservavano per l’anno successivo e si donavano a parenti e amici.

Abbiamo tradizioni simili anche in Liguria, in Valle d’Aosta, in Toscana, in Romagna. I riti legati al ceppo sono infiniti. Lo si poteva interrogare sull’anno venturo, studiandone le scintille, veniva tenuto in braccio come un bambino, cosparso di vino o di acqua benedetta, si cantava tenendosi per mano guardandolo bruciare. Veniva acceso per scaldare la Sacra Famiglia o asciugare i panni del Bambino Gesù, per illuminare il cammino e celebrare la luce del fuoco.

Il fuoco del caminetto era il centro della casa, prima dell’avvento delle stufe e poi dei termosifoni: noi non abbiamo chiara l’idea, tanto siamo privilegiati, di cosa sia il freddo. Gli anziani della mia zona, il vercellese, accontano delle notti invernali in cascina, in cui si dormiva tutti insieme in letti scaldati dal previ, un sistema ingegnoso metallico per contenere le braci e alzare così la temperatura delle coperte di qualche grado. Si dormiva con cappelli di lana e molto spesso il bagno era esterno alla casa; il clima era molto più rigido e nevicava davvero tantissimo, e no, non c’erano i Moon Both! 

Dobbiamo quindi pensare all’importanza vitale del focolare, che garantiva la sopravvivenza e la salute delle famiglie: questo non veniva mai spento, neanche la sera, quando si coprivano le braci affinché non consumassero l’ossigeno, risparmiare legna, riattizzato solo la mattina seguente. Ci si riuniva tutti insieme intorno al fuoco, si mangiava, si pregava, si raccontavano storie e miti.

Accendere un ceppo quindi non era niente di particolare quindi, era un gesto assolutamente quotidiano, che però in questa notte assorbiva significati sacri.

Possiamo tornare ancora più indietro nel tempo e ricercare altre testimoniante di questi riti: nel mondo norreno, in occasione del Solstizio gli uomini del nord si concedevano grandi banchetti e feste intorno al fuoco. 

In Inghilterra, qualche secolo più tardi, il Ceppo veniva tagliato e trascinato nel villaggio da buoi o cavalli, accompagnati da canti; era decorato con sempreverdi e cosparso di grano o sidro prima di essere acceso. Riti simili erano presenti anche in Francia e in Jugoslavia, dove il ceppo veniva tagliato prima dell’alba della vigilia di Natale e cosparso di vino e grano prima di essere acceso.

Tutt’oggi si usa mangiare il tronchetto natalizio, un dolce decorato con panna, frutti rossi e agrifoglio ispirato proprio a questa tradizione. Una base di pasta di biscotto viene farcita con marmellata e decorata con del cioccolato, che riproduce la corteccia.

Notte di riti e feste

Come dicevamo, i riti nella tradizione precristiana sono davvero tantissimi e di molto, molto antichi. Te ne accennerò alcuni.

Riti e tradizioni legate al Solstizio d’inverno erano già presenti nel Nord Europa nel mondo norreno, in cui erano protagonisti Odino, i suoi cavalieri, spiriti e altre divinità. Un Odino con la barba bianca che portava doni e regali, diventato poi un elfo grasso e felice in epoca vittoriana fino a diventare il nostro attuale Babbo Natale, bianco e rosso.

In queste notti, raccontano le saghe norrene, Odino compiva la sua Caccia Selvaggia cavalcando Sleipnir, il suo cavallo grigio, in compagnia di un seguito composto da spiriti ed esseri soprannaturali di vario tipo, come elfi, fate, spiriti dei morti in battaglia in una ronda intorno alla Terra. Scalpitio di cavalli, urla, latrati di cani, vento gelido, barlumi di fiaccole, tintinnii: avvistare questo corteo era segno di enorme sventura. In letteratura abbiamo esempi di cacce dello stesso tipo con a capo Ecate, nella mitologia greco-romana, o Epona, in quella gallica.

Ancora, troviamo il tema della Caccia Selvaggia in Scozia, Gran Bretagna, Svizzera, Germania, Francia, Polonia, ma anche Piemonte, Lombardia, Valsassina. Le varianti della leggenda sono infinite: a capo del corteo poteva esserci Carlo Magno, Artù o niente di meno che il Diavolo!

Anche se il corteo di Babbo Natale, con renne ed elfi, nasce attraverso la letteratura verso la fine dell’Ottocento, possiamo ipotizzare che forse avesse origini ben diverse da come lo conosciamo noi oggi.

I Romani festeggiavano in questi giorni Saturno, con festeggiamenti chiamati Saturnalia, che duravano fino ai primi giorni di gennaio. In questa occasione si organizzavano grandi pranzi e ci si scambiava regali, le strennae, in case adornate di rami di alloro e candele accese. Il “dies Natalis soli invictis” era il giorno specifico in cui si celebrava la morte del vecchio Sole e la nascita del Sole Bambino.

I Sassoni festeggiavano Mōdraniht, la Notte della Madre, e il successivo giorno in cui veniva dato alla luce il Sole. 

Il Solstizio d’inverno si contrappone a quello estivo, ed è un momento di totale quiete e riposo dalle fatiche del lavoro nei campi.

Nel Medioevo era una festa estremamente importante: i dodici giorni di festa natalizia erano il periodo di riposo più lungo, in cui si smetteva di lavorare, le case venivano decorate e si preparano pietanze particolari: nelle case aristocratiche o nei monasteri già ricchi il pranzo natalizio era sontuoso, con ogni tipo di piatto.

Venivano allestiti spettacoli, danze, canti e giochi, si esibivano menestrelli e giullari. A Natale si faceva il bagno, ci si cambiava i vestiti o il saio. Si beveva molto, sopratutto birra, in qualsiasi ceto sociale.

Nel mondo contadino era tradizione scambiarsi dei regali in questi giorni: seppur la povertà fosse vistosa, non mancavano mai doni sopratutto per i più piccoli, come dolciumi o frutti. Tradizionalmente la famiglia contadina assisteva alla Messa la sera del 24, per poi rientrare in casa e mangiare dei piatti tradizionali, come la polenta. Dobbiamo pensare ad un mondo estremamente più semplice, essenziale, freddo e spoglio del nostro: non c’erano alberi da addobbare con luci o palline, ma elementi naturali portati in casa, come rami di agrifoglio o  edera.

Erano tempi di abbondanza perché si finiva di macellare la maggior parte degli animali, sia per non doverli sfamare, sia per avere cibo per tutto l’inverno.

Ancora nel nostro secolo, la notte della Vigilia di Natale veniva osservata la luna: se questa era luminosa, l’anno agraria si presagiva asciutta e scarsa di fieno. Un proverbio piemontese ricorda che “chi va a messa a mezzanotte al chiaro di luna, se ha due vacche ne venda una”.

Culture diverse, riti diversi, tempi diversi, ma con molti punti di contatto: dei giorni di festa in cui si venera la nascita della Luce, del nuovo anno, ci si ritrova in famiglia, si mangia cibo particolare e squisito, ci si scambia doni, si decora un abete.

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